Press release

Il mercato italiano dei rifiuti industriali varrà oltre 5,5 miliardi di euro al 2030 (e crescerà ancora). Frenano carenze infrastrutturali

Il mercato italiano dei rifiuti industriali varrà oltre 5,5 miliardi di euro al 2030 (e crescerà ancora). Frenano carenze infrastrutturali

Il mercato dei rifiuti industriali continua ad essere profittevole ed è sempre più nel mirino dei fondi d’investimento per aumento di fabbisogno di trattamenti, possibilità di consolidamento del mercato e nuovi trend di circolarità all’orizzonte. Tuttavia, la scarsità strutturale di impianti di smaltimento e termovalorizzazione adeguati alla domanda espone il settore a crescente competizione estera. La nuova analisi di Bain & Company sul comparto

  • ottobre 12, 2026
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Press release

Il mercato italiano dei rifiuti industriali varrà oltre 5,5 miliardi di euro al 2030 (e crescerà ancora). Frenano carenze infrastrutturali

Milano, 12 ottobre 2026 – Il mercato italiano dei rifiuti prodotti da aziende e industrie vale oggi circa 5 miliardi di euro, e crescerà fino a 5,5 miliardi entro la fine del decennio. È un settore solido, simile a quello delle infrastrutture: i volumi di rifiuti seguono l'andamento dell'economia, ma reggono bene anche alle crisi. Dopo il Covid, il mercato si è ripreso in appena due anni. Oggi però il settore è a un punto di svolta: le nuove norme europee, la spinta verso il Net Zero e la domanda crescente di aziende che smaltiscano i rifiuti in modo certificato stanno cambiando le regole del gioco. È quanto emerge da una nuova analisi di Bain & Company sul mercato dei rifiuti industriali in Italia e in Europa.

Un mercato resiliente, ma sotto pressione strutturale

In Italia si producono circa 195 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, un volume destinato a crescere gradualmente, ma costantemente, nei prossimi anni. Oltre all'andamento dell'industria, ci sono nuovi fattori che incidono: una popolazione che invecchia genera più rifiuti ospedalieri e sanitari; la diffusione di pannelli solari, batterie per auto elettriche e dispositivi elettronici crea nuove categorie di rifiuti difficili da smaltire; e aumentano i siti industriali da bonificare. In particolare, la prima ondata di rifiuti da pannelli fotovoltaici installati durante il Conto Energia (2008-2013) è attesa tra il 2028 e il 2030, mentre le prime batterie da auto elettrica arriveranno a fine vita tra il 2030 e il 2035: volumi del tutto nuovi per cui il sistema impiantistico non è ancora attrezzato.

Dal lato di chi gestisce i rifiuti, però, il sistema è in affanno: le discariche stanno esaurendo lo spazio disponibile, aprire nuovi impianti richiede anni di pratiche burocratiche e, soprattutto, non si prevede la costruzione di nuovi inceneritori per rifiuti industriali pericolosi.  In Italia esistono oggi solo 11 discariche operative per rifiuti pericolosi, con una capacità complessiva inferiore a 1 milione di tonnellate l'anno, destinata a esaurirsi entro i prossimi 5 anni.

Il risultato è che la domanda cresce ma l'offerta non riesce a stare al passo, il che spinge al rialzo i prezzi che le aziende devono considerare per poter smaltire i propri scarti. Il problema, tuttavia, non riguarda solo l'Italia: nel Vecchio Continente si producono oltre 2 miliardi di tonnellate di rifiuti l'anno, e per raggiungere gli obiettivi europei di riciclo entro il 2035, tra cui azzerare i conferimenti in discarica, sarebbero necessari investimenti superiori a 110 miliardi di euro.

Le dinamiche europee, con calo della quota termovalorizzata dei rifiuti domestici ed impianti alla ricerca di saturazione, sfruttano la situazione di “corto” in Italia, guadagnando quote di mercato e creando pressioni di ribasso dei prezzi sugli operatori italiani.

"Il mercato dei rifiuti industriali in Italia ha caratteristiche uniche: da un lato la domanda è strutturalmente stabile e correlata al ciclo economico; dall'altro l'offerta è cronicamente insufficiente, specialmente nel trattamento dei rifiuti pericolosi. Questo crea opportunità per una significativa creazione di valore per gli operatori integrati, sia attraverso percorsi di aggregazione e innovazione tecnologica, anche se in alcune situazioni il modello di revenues appare in definizione. A ulteriore dimostrazione del potenziale, da notare il crescente interesse da parte dei fondi di private equity", afferma Alessandro Cadei, Senior Partner e responsabile EMEA Energy & Utilities di Bain & Company.

Il mercato dei rifiuti industriali e commerciali: una crescita a due velocità

L’analisi mostra che questo mercato si divide in due segmenti con dinamiche diverse. I rifiuti non pericolosi rappresentano la parte più grande del mercato, con circa 4 miliardi di euro di valore (l'80% del totale). Crescono in modo stabile, con i prezzi di conferimento attesi in linea o leggermente sopra l'inflazione. I rifiuti pericolosi valgono circa 1 miliardo di euro (il 20% restante), ma crescono più in fretta (~4% annuo fino al 2030): la domanda aumenta per obbligo normativo, mentre la disponibilità di impianti adeguati è scarsa e difficile da ampliare.

“Aprire nuovi impianti”, spiega Luigi Corleto, Partner di Bain & Company. “richiede autorizzazioni lunghe e complesse, il che protegge chi è già presente e scoraggia i nuovi player che vorrebbero accedere al mercato. A questo si aggiunge la natura dei contratti: generalmente di durata contenuta (1-2 anni nel segmento industriale, fino a 3-5 anni in alcune gare pubbliche o settori specifici), il che, in un mercato corto, tende a consolidare i rapporti già in essere piuttosto che favorire il cambio di fornitore”.

Inoltre, il settore è investito da una crescente pressione normativa che rappresenta al tempo stesso una sfida e un'opportunità. Il forte DNA ESG del settore e la crescente richiesta da parte dei produttori di rifiuti di partner affidabili capaci di garantire alti tassi di riciclo creano un vantaggio competitivo per gli operatori già attrezzati.

Consolidamento: il nuovo terreno competitivo

Il mercato italiano dei rifiuti C&I è oggi altamente frammentato: oltre 7.000 operatori attivi, con i primi sei player che detengono complessivamente una quota di mercato pari circa al 10%. Tuttavia, negli ultimi anni il ritmo delle operazioni di M&A è sensibilmente accelerato, con crescente interesse da parte di operatori strategici e fondi di private equity.

La ricerca identifica tre distinti archetipi competitivi, con performance economiche molto divergenti: i player verticalmente integrati, che gestiscono l'intera filiera dalla raccolta al trattamento finale, registrano margini EBITDA medi del ~21% e una crescita dei ricavi del ~14% annuo negli ultimi quattro anni, con ricavi medi di circa 1 miliardo di euro. Gli operatori integrati solo a monte si attestano attorno al ~13% di EBITDA margin, mentre gli specializzati si fermano all'~11%. Questa forbice di redditività spiega l'accelerazione delle operazioni di consolidamento e l'appetito crescente del private equity per il settore.

“La creazione di valore maggiore”, prosegue Corleto, “passa da scala e integrazione verticale lungo tutta la filiera, dalla raccolta al trattamento finale. Gli operatori integrati raggiungono margini EBITDA significativamente superiori al 20%, ben al di sopra di chi opera in modo non integrato. Gestire direttamente la logistica, a partire dalla raccolta, permette inoltre di presidiare nicchie più redditizie, come la micro-raccolta. Rimangono tuttavia alcuni vincoli strutturali: le opportunità di crescita organica sono limitate, le competenze specializzate scarseggiano, e i colli di bottiglia nel trattamento e smaltimento finale rappresentano una criticità anche per operatori consolidati. In questo contesto, l’attuale evoluzione dei certificati bianchi può rappresentare un elemento importante di spinta”.

Un elemento geografico poco noto ma rilevante: il mercato dei rifiuti pericolosi è strutturalmente "corto" in quasi tutte le regioni italiane, con un saldo netto positivo tra produzione e capacità di gestione locale. L'unica eccezione significativa riguarda Sardegna e Calabria, dove filiere dedicate ai poli petrolchimico-metallurgici e alle bonifiche creano eccessi localizzati. Per i rifiuti non pericolosi, invece, è in atto un flusso strutturale di trasferimento dal Centro-Sud verso il Nord, con Lombardia e Friuli-Venezia Giulia come principali hub di assorbimento nazionale.

Innovazione e tecnologia: le sfide del settore

Il settore si sta affacciando a una nuova fase tecnologica. Sul fronte del riciclo avanzato, stanno emergendo soluzioni come l'idrometallurgia per il recupero di metalli critici, la depolimerizzazione delle plastiche e il riciclo chimico. Sul fronte digitale, tecnologie come la tracciabilità dei rifiuti tramite blockchain e piattaforme di ottimizzazione degli asset aprono a nuovi servizi a valore aggiunto.

"Il settore waste in Italia sta attraversando una trasformazione strutturale. La pressione normativa europea, la scarsità di impianti e la crescente necessità di recuperare materiali critici stanno spingendo il mercato verso modelli più integrati e orientati all'economia circolare. Gli operatori capaci di combinare scala, specializzazione e innovazione tecnologica si troveranno nella posizione migliore per catturare una quota sproporzionata del valore disponibile", conclude Cadei.

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Contatti per i media Bain & Company:

Orsola Randi 

Email: orsola.randi@bain.com | Tel: +39 339 327 3672

A proposito di Bain & Company

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Per maggiori informazioni: www.bain.it